
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
La decisione della Banca centrale europea di mantenere i tassi ufficiali invariati al 2% conferma un atteggiamento di prudenza che, almeno nell’immediato, restituisce ai mercati un segnale di stabilità. Non c’è dubbio che, dopo la stagione dei rialzi e i recenti tagli, l’istituto di Francoforte abbia scelto una linea attendista, scandita dal principio del “meeting by meeting”, cioè decisioni calibrate sui dati e non su automatismi. Una scelta comprensibile, ma non sufficiente.
Il quadro macroeconomico, come emerso dalle ultime proiezioni dello staff della Bce, mostra segnali contrastanti. Se l’inflazione, attestata sotto il 2% nel biennio 2026-2027, appare sotto controllo, la crescita resta fragile, con un peggioramento delle stime per il 2026. La presidente Christine Lagarde ha parlato di una deviazione transitoria, insufficiente a giustificare ulteriori tagli dei tassi. E tuttavia, la trasmissione delle misure già decise all’economia reale resta lenta, soprattutto in quei Paesi, come l’Italia, dove il credito a famiglie e imprese continua a registrare ostacoli significativi.
Il rischio, per il nostro Paese, è di restare schiacciati in una zona grigia: da un lato una politica monetaria che, pur meno restrittiva, non sostiene con forza la ripresa; dall’altro, politiche fiscali nazionali ancora troppo condizionate dai vincoli europei e dagli equilibri di bilancio. L’esito è che le piccole e medie imprese, vera ossatura dell’economia italiana, faticano a intercettare liquidità e a programmare investimenti di medio-lungo periodo.
Va ribadito con chiarezza: la stabilità dei prezzi è un obiettivo irrinunciabile, ma non può diventare un dogma fine a sé stesso. La competitività delle nostre imprese richiede condizioni finanziarie più favorevoli, una riduzione strutturale del cuneo fiscale e un alleggerimento burocratico che oggi resta troppo spesso lettera morta. In assenza di una crescita robusta e inclusiva, anche il consolidamento dei conti pubblici sarà più fragile e meno credibile.
Per questa ragione occorre che la politica monetaria, pur nella sua autonomia, dialoghi con le politiche economiche nazionali ed europee. Non è il momento di contrapporre rigore a sviluppo, ma di trovare un equilibrio che sostenga il tessuto produttivo senza riaccendere la spirale inflattiva. L’Italia ha bisogno di certezze, di un quadro regolatorio stabile e di un accesso al credito meno oneroso.
La sfida dei prossimi mesi sarà questa: trasformare una fase di apparente immobilismo in un’opportunità per costruire le condizioni di una ripresa duratura. La Bce fa bene a muoversi con cautela, ma i governi devono fare la loro parte, con coraggio e responsabilità. Perché senza imprese che crescono, ogni stabilità finanziaria rischia di restare un equilibrio sterile.





