
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
L’Europa vive un passaggio storico complesso, segnato da crisi e incertezze che travalicano i confini della geopolitica. Le guerre che insanguinano diverse aree del mondo non sono solo tragedie umane: sono anche fratture economiche che minano le catene del valore, alterano i mercati energetici e rendono più fragili i rapporti tra le grandi potenze. Gli effetti ricadono su famiglie e imprese, sui costi della produzione, sull’accesso al credito e, in ultima analisi, sulla fiducia.
La fiducia è oggi la moneta più rara. Eppure, è proprio da essa che deve ripartire l’Europa. Perché un’economia senza fiducia è come una banca senza depositi, un’impresa senza clienti. Occorre ricostruire un clima di stabilità che consenta a chi produce di investire e a chi risparmia di credere nel futuro.
Le banche italiane, in questi anni difficili, hanno dimostrato di saper essere un argine contro la tempesta. Hanno sostenuto il tessuto produttivo durante la pandemia, hanno garantito liquidità quando i mercati erano fermi, e oggi restano il canale principale attraverso cui il risparmio delle famiglie diventa linfa per le imprese. Ma perché questo circuito virtuoso continui a funzionare, servono regole eque.
Le norme di Basilea 3+, nate per rafforzare la solidità del sistema finanziario, stanno entrando in vigore in modo disomogeneo: più rigide in Europa, più flessibili negli Stati Uniti. Ne deriva una distorsione competitiva che colpisce proprio le banche che sostengono l’economia reale. Limitare la loro capacità di credito significa comprimere l’investimento, rallentare l’innovazione, penalizzare l’occupazione.
L’Europa deve tornare a ragionare da comunità economica, non da somma di interessi nazionali. Il Meccanismo Europeo di Stabilità va trasformato in un vero strumento dell’Unione, sottoposto al controllo del Parlamento europeo e dotato di finalità coerenti con la crescita e la coesione sociale. Lo stesso vale per l’Unione bancaria, rimasta incompiuta: senza una garanzia comune sui depositi e regole uniformi di vigilanza, l’integrazione resta una promessa a metà.
Ma la costruzione europea non può fermarsi alla finanza. Serve un’Unione anche delle regole industriali, fiscali e societarie. Un quadro normativo armonizzato permetterebbe alle imprese di competere ad armi pari e alle banche di operare in un mercato davvero unico. Lo ha ricordato con chiarezza il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta: semplificare significa rendere l’Europa più efficiente, non meno sicura.
La sfida, oggi, è rendere compatibili crescita e sostenibilità. Le politiche ambientali e sociali devono essere parte integrante della strategia economica, ma non possono tradursi in nuovi fardelli burocratici. Se l’obiettivo è una società più giusta, va perseguito senza scaricare sulle imprese e sugli istituti di credito compiti che spettano alla politica.
In Italia, dove il risparmio privato rappresenta una delle maggiori ricchezze del continente, la priorità deve essere quella di trasformare la liquidità in investimento produttivo. È questa la via per rafforzare la competitività, creare lavoro e consolidare la coesione sociale.
Le banche e le imprese condividono un destino comune: l’una non può prosperare senza l’altra. Solo ricostruendo un patto di fiducia tra chi produce e chi finanzia sarà possibile aprire una nuova stagione di crescita europea, più stabile, più equa e più consapevole delle proprie responsabilità.
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