
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è una scena che si ripete con frequenza crescente nelle fabbriche del Nord Italia: una linea produttiva silenziosa, macchine che lavorano senza interruzione, e un operatore che supervisiona da uno schermo ciò che fino a pochi anni fa richiedeva una squadra di venti persone. Non è fantascienza. È il presente industriale di un Paese che ancora non ha trovato il linguaggio giusto per descrivere quello che sta accadendo, né tanto meno le politiche per governarlo. L’automazione non è un fenomeno nuovo — le macchine sostituiscono il lavoro umano da quando esiste l’industria — ma la velocità e la pervasività con cui oggi si diffonde non hanno precedenti storici comparabili. E questa volta non riguarda solo i lavori manuali e ripetitivi: riguarda anche quelli cognitivi, quelli che fino a ieri si pensava fossero al riparo dall’obsolescenza tecnologica.
I dati disponibili disegnano un quadro che non ammette letture tranquillizzanti. Secondo le stime più accreditate, tra il 30 e il 40 per cento delle mansioni attualmente svolte da esseri umani nei Paesi industrializzati è a rischio di automazione entro il 2035. Non necessariamente di eliminazione immediata, ma di trasformazione profonda. Il problema è che la velocità con cui si distruggono certe categorie di lavoro supera storicamente quella con cui se ne creano di nuove. E la riqualificazione professionale — il mantra di ogni documento di policy sull’argomento — richiede tempo, risorse e una rete di formazione continua che in Italia è ancora largamente insufficiente.
Va detto, per onestà intellettuale, che l’automazione crea anche occupazione: nuove figure professionali, nuovi settori, nuove domande di competenze. Ma questa creazione tende a concentrarsi geograficamente — nelle aree metropolitane, nei distretti tecnologici, nelle università di eccellenza — e a richiedere un livello di istruzione che una parte significativa della forza lavoro attuale non possiede e difficilmente potrà acquisire in tempi brevi. Il rischio non è solo la disoccupazione in senso stretto: è la polarizzazione del mercato del lavoro, con una fascia alta di lavoratori altamente qualificati e ben pagati e una fascia bassa di lavori di servizio non automatizzabili ma precari e poco remunerati. La classe media impiegatizia — quella che ha garantito stabilità sociale per decenni — è quella più esposta.
In questo contesto, il dibattito sulla settimana corta, sul reddito universale di base, sulla tassazione dei robot torna periodicamente all’ordine del giorno senza mai tradursi in scelte concrete. Sono proposte che meritano una discussione seria, non liquidazione ideologica. Se la produttività aumenta grazie alle macchine ma i frutti di quell’aumento si concentrano nei bilanci delle imprese senza redistribuirsi in salari e servizi pubblici, la coesione sociale ne risentirà in modo profondo e duraturo. Il contratto sociale su cui si reggono le democrazie occidentali è stato scritto in un’epoca in cui il lavoro era il principale strumento di inclusione e redistribuzione. Se quel presupposto cambia, anche il contratto deve essere riscritto. È una conversazione scomoda, ma non è più rinviabile.
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