
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Il Rapporto annuale Istat 2026, presentato alla Camera dei deputati lo scorso maggio, contiene un dato che rischia di passare in secondo piano rispetto alle cifre più eclatanti sulla natalità, ma che merita altrettanta attenzione: per la generazione dei Millennial, la mobilità sociale verso il basso supera ormai quella verso l’alto. Detto in altri termini, un numero crescente di trentenni e quarantenni italiani occupa oggi una posizione sociale ed economica inferiore rispetto a quella dei propri genitori alla stessa età, invertendo una tendenza che per gran parte del dopoguerra era stata data per scontata.
È una notizia che merita di essere letta con la dovuta cautela statistica, ma che conferma una percezione diffusa, spesso relegata al piano dell’aneddoto o del malumore generazionale, e che ora trova riscontro nei dati ufficiali. Al tempo stesso, lo stesso rapporto Istat segnala segnali di segno opposto: calano i giovani che non studiano né lavorano, i Neet, e si riduce l’abbandono scolastico precoce. Il quadro che emerge, dunque, non è quello di una generazione in fuga dalla formazione o dal lavoro, ma di una generazione che, pur investendo in istruzione e competenze, fatica sempre più a tradurre questo investimento in una posizione sociale ed economica migliore di quella di partenza.
Le cause di questa inversione di tendenza sono molteplici e si intrecciano tra loro: salari di ingresso che negli ultimi due decenni sono rimasti sostanzialmente fermi in termini reali, un mercato immobiliare che rende sempre più difficile per i giovani l’accesso alla casa senza il sostegno familiare, un sistema previdenziale contributivo che promette pensioni più magre a chi entra oggi nel mondo del lavoro. A questo si aggiunge un fattore meno misurabile ma non meno rilevante: la percezione, tra i più giovani, che il merito e l’impegno personale contino meno di un tempo rispetto alla posizione di partenza della propria famiglia.
Per il sistema delle imprese, in particolare per quelle di piccola e media dimensione che costituiscono l’ossatura del tessuto produttivo italiano, questo fenomeno pone un problema che va oltre la dimensione sociale e tocca direttamente la competitività. Un Paese in cui il talento non trova, con sufficiente regolarità, i canali per emergere indipendentemente dal contesto di provenienza, è un Paese che spreca risorse umane preziose proprio nel momento storico in cui la carenza di competenze qualificate rappresenta uno dei principali freni alla crescita. Le imprese che investono seriamente in percorsi di selezione basati sul merito, in formazione interna, in politiche retributive che premino realmente la produttività dei più giovani, non stanno soltanto facendo una scelta etica: stanno costruendo un vantaggio competitivo di lungo periodo in un mercato del lavoro sempre più conteso.
Le associazioni di categoria, in questo scenario, possono giocare un ruolo che va oltre la denuncia del fenomeno. Promuovere modelli di apprendistato più efficaci, favorire l’incontro tra domanda e offerta di competenze tecniche — un ambito in cui l’Italia continua a scontare un disallineamento cronico — e sostenere politiche fiscali che incentivino l’assunzione stabile dei più giovani sono terreni concreti su cui il mondo dell’impresa può contribuire a invertire una tendenza che, se lasciata correre, rischia di compromettere non solo il futuro dei singoli, ma la tenuta stessa del contratto sociale tra generazioni su cui si regge, da sempre, la coesione di un Paese.
- Dodici anni di ritardo sulla memoria - 12 Ottobre 2026
- Il patto fiscale che si sta logorando - 9 Ottobre 2026
- Campi Flegrei, la fine dell’emergenza perpetua - 6 Ottobre 2026





