
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Un’antenna di pochi centimetri, impiantata nel cranio, capta le frequenze cromatiche dell’ambiente circostante e le trasforma in vibrazioni sonore percepite attraverso la conduzione ossea. È così che Neil Harbisson, cieco ai colori dalla nascita per una rara forma di acromatopsia totale, ha imparato non a vedere il rosso o il blu, ma a sentirli. L’11 settembre sarà tra gli ospiti del festival “Là fuori”, tre giorni di scienza e arte che animeranno gratuitamente il quartiere romano di Centocelle, e la sua presenza porta al centro del dibattito pubblico una domanda che la cronaca quotidiana raramente si concede il tempo di affrontare: dove finisce il corpo umano e dove comincia la macchina?
Harbisson non si è limitato a convivere con la propria condizione visiva. Ha scelto di trasformarla attraverso un dispositivo che nessuno, prima di lui, aveva mai indossato in forma permanente, ottenendo poi un riconoscimento che ha fatto scuola nel diritto internazionale: lo status legale di cyborg, il primo assegnato a un essere umano. Non è stato un percorso amministrativo semplice, e proprio la sua complessità segnala quanto i sistemi giuridici di tutto il mondo siano ancora impreparati di fronte a tecnologie che smettono di essere strumenti esterni al corpo per diventarne parte costitutiva e permanente.
La questione che il suo caso solleva non è meramente accademica. Se un dispositivo impiantato modifica in modo irreversibile la percezione stessa della realtà da parte di chi lo indossa, in che termini il diritto deve considerarlo: come protesi medica, come strumento tecnologico, o come estensione dell’identità della persona? La risposta non è scontata, e i sistemi normativi nazionali ed europei si troveranno sempre più spesso a doverla affrontare, man mano che le tecnologie di potenziamento sensoriale si allontanano dalla sperimentazione di nicchia per avvicinarsi a un’applicazione più diffusa.
La scelta di Centocelle come sede del festival non è casuale. Portare in un quartiere popolare della periferia romana, con la sua storia identitaria precisa, un dibattito che normalmente resta confinato ai laboratori di ricerca o ai convegni specialistici, risponde a un’esigenza che le società contemporanee sentono in modo crescente: quella di un’alfabetizzazione collettiva sulle trasformazioni tecnologiche che riguardano non un futuro ipotetico, ma decisioni che già oggi si stanno prendendo nei centri di ricerca di tutto il mondo. Passeggiate astronomiche, esperimenti aperti al pubblico, dibattiti pensati per un pubblico di ogni età: sono gli strumenti con cui il festival prova a rendere accessibile una materia che troppo spesso viene lasciata alla sola competenza degli specialisti.
Il caso di Harbisson, per quanto eccezionale nella sua origine, anticipa questioni che presto riguarderanno una platea assai più ampia di persone. Gli impianti cocleari per l’udito, le protesi neurali per il controllo motorio, le interfacce cervello-computer sperimentate per pazienti con gravi disabilità: sono tutte tecnologie che, in forme diverse, pongono la stessa domanda di fondo sollevata dal primo cyborg legalmente riconosciuto al mondo. Quando la tecnologia diventa parte irreversibile dell’esperienza sensoriale di una persona, quella persona resta la stessa che era prima, o è già, in una misura che nessuna categoria giuridica tradizionale riesce ancora a definire con precisione, qualcos’altro?
Non esiste, allo stato attuale, una risposta univoca. Ed è probabilmente proprio questa assenza di certezze condivise a rendere necessario un dibattito pubblico ampio, condotto con il rigore della scienza ma anche con la sensibilità propria dell’arte, come propone di fare il festival romano. Nell’epoca in cui la discussione sull’intelligenza artificiale si concentra quasi esclusivamente sugli algoritmi che elaborano informazioni esterne al corpo umano, la vicenda di Neil Harbisson ricorda che la frontiera più radicale dell’innovazione tecnologica passa anche, e forse soprattutto, attraverso il corpo stesso delle persone, e che le domande che essa solleva meritano un’attenzione pubblica pari a quella riservata ai rischi dell’intelligenza artificiale più discussi nel dibattito contemporaneo.
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