
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
L’intelligenza artificiale affascina anche la Pubblica Amministrazione, ma non ancora la trasforma. Un sondaggio di Swg, diffuso la scorsa settimana, restituisce un’immagine nitida: tra chi guida gli uffici pubblici prevale l’ottimismo, mentre tra i cittadini domina una cautela comprensibile. L’85 per cento dei dirigenti vede nell’IA un’opportunità; poco più della metà della popolazione condivide questa fiducia. È una distanza che racconta una storia già vista: le riforme annunciate prima di essere percepite.
Nella quotidianità degli uffici, infatti, l’IA resta marginale. Solo un dirigente su dieci la utilizza con regolarità, mentre per molti è ancora assente. Non per ostilità, ma per mancanza di strumenti, competenze, indirizzi chiari. La tecnologia promette velocità, ma l’amministrazione si muove per inerzia, stretta tra procedure, timori e responsabilità diffuse.
C’è però un punto di equilibrio che emerge con forza: l’intelligenza artificiale non deve sostituire il lavoro umano, ma affiancarlo. È una convinzione condivisa, che segna un discrimine importante. L’IA viene vista come uno strumento per semplificare, ridurre i tempi morti, alleggerire il peso della burocrazia. Non come un decisore automatico, né come un alibi per tagli indiscriminati.
Il tema centrale resta la fiducia. Gli italiani chiedono regole, controllo, una governance riconoscibile. Vogliono sapere chi risponde delle scelte, come vengono trattati i dati, quali limiti non possono essere superati. Senza questa cornice, l’innovazione rischia di apparire come l’ennesimo strato tecnologico aggiunto a una macchina già complessa.
La Pubblica Amministrazione è il luogo in cui l’innovazione mostra il suo volto più concreto. Non conta l’algoritmo in sé, ma l’effetto su una pratica, su un permesso, su un servizio. Se l’IA saprà migliorare questi passaggi, sarà accettata. Se resterà una promessa astratta, alimenterà solo scetticismo.
Il messaggio che arriva dal sondaggio è chiaro: apertura senza ingenuità. Gli italiani non rifiutano l’intelligenza artificiale, ma chiedono che sia governata, non subita. È una richiesta legittima. E anche un’occasione: dimostrare che l’innovazione, quando è guidata, può diventare una forma di buona amministrazione.
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