“L’accordo USA-Iran è una buona notizia, ma sarebbe un errore leggerlo come una svolta definitiva. Sessanta giorni sono pochi per sciogliere nodi che si accumulano da decenni. Le imprese italiane che operano nel Mediterraneo allargato e nei mercati del Medio Oriente hanno bisogno di stabilità vera, non di pause tattiche. Hormuz è un’arteria vitale per i nostri scambi commerciali: ogni giorno di incertezza si traduce in costi, ritardi, rischi assicurativi”. Lo afferma il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, commentando l’intesa firmata il 18 giugno tra Washington e Teheran per fermare il conflitto.
Secondo Longobardi, “occorre guardare con interesse ai prossimi sessanta giorni di negoziati, ma con la lucidità di chi sa che tra un accordo firmato e una pace costruita c’è ancora molta strada da fare”.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, l’accordo firmato ieri stabilisce l’interruzione delle ostilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz, un percorso di de-escalation regionale che include il Libano e la limitazione del programma nucleare iraniano. In cambio, gli Stati Uniti si impegnano alla rimozione delle sanzioni e alla costituzione di un fondo da circa 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran, con l’avallo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Sulla carta, è un’architettura ambiziosa. Nella realtà, è un punto di partenza, non di arrivo. Sessanta giorni per sciogliere i nodi che restano aperti dopo la firma dell’accordo tra Washington e Teheran. Sessanta giorni in cui si giocherà una partita geopolitica di portata storica, con effetti diretti sugli equilibri regionali, sui mercati energetici e sulle prospettive di stabilità di un’area che pesa enormemente sull’economia globale e, di conseguenza, sulle imprese italiane che operano sui mercati internazionali.
I NODI IRRISOLTI
Iran. L’intesa offre una tregua militare e un primo sollievo economico. Ma i benefici concreti dipenderanno dai prossimi passaggi negoziali, in particolare dall’allentamento delle restrizioni all’export petrolifero e dall’effettiva attivazione del fondo per gli investimenti. Teheran ha firmato, ma con riserve che non ha nascosto.
Stati Uniti. L’accordo consente di alleggerire un fronte esterno sempre più costoso — politicamente e militarmente — in vista delle elezioni di midterm di novembre. Trump ha bisogno di un successo diplomatico spendibile in patria. Ma la tenuta dell’intesa dipenderà da variabili che Washington non controlla interamente.
Israele. Tel Aviv non ha firmato nulla e lamenta garanzie insufficienti per la propria sicurezza, contestando in particolare l’estensione della de-escalation al Libano, dove l’impegno militare israeliano contro Hezbollah rimane intenso. Un veto implicito che potrebbe pesare sull’intera architettura dell’accordo.
Dinamiche regionali. Emergono nuove geometrie di sicurezza che prescindono dall’asse Washington-Teheran. Il cosiddetto Patto di Maometto — al centro di interlocuzioni tra Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan — segnala che gli attori regionali stanno costruendo autonome cornici di stabilità, indipendentemente dall’esito dei negoziati.
Hormuz. La riapertura dello Stretto è prevista dall’accordo, ma la sua effettiva garanzia richiede un presidio stabile. L’Europa si è detta disponibile a una missione per assicurare la libertà di navigazione in coordinamento con gli Stati Uniti: un segnale positivo, ma che dovrà tradursi in impegni concreti.
«L’accordo USA-Iran è una buona notizia, ma sarebbe un errore leggerlo come una svolta definitiva. Sessanta giorni sono pochi per sciogliere nodi che si accumulano da decenni. Le imprese italiane che operano nel Mediterraneo allargato e nei mercati del Medio Oriente hanno bisogno di stabilità vera, non di pause tattiche. Hormuz è un’arteria vitale per i nostri scambi commerciali: ogni giorno di incertezza si traduce in costi, ritardi, rischi assicurativi. Guardiamo con interesse ai negoziati, ma con la lucidità di chi sa che tra un accordo firmato e una pace costruita c’è ancora molta strada da fare. Il confronto con il JCPOA del 2015 — che pure coinvolse un fronte amplissimo di attori internazionali, dal P5+1 all’Unione Europea — insegna che le intese sul nucleare iraniano sono fragili per definizione. Stavolta si riparte, speriamo con maggiore determinazione» spiega il presidente di Unimpresa.






