
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Ogni anno il 23 aprile arriva con la sua dose di dichiarazioni solenni, scaffali in vetrina e sconti nelle librerie. La Giornata mondiale del libro — istituita dall’UNESCO nel 1995 in ricordo della morte di Shakespeare e Cervantes — è diventata nel tempo una di quelle occasioni rituali in cui si celebra qualcosa che nel resto dell’anno si pratica assai meno di quanto si vorrebbe. I dati parlano chiaro, e non sono particolarmente lusinghieri. Secondo l’ISTAT, il 40,1 per cento della popolazione italiana sopra i sei anni ha letto almeno un libro nell’ultimo anno. Meno della metà. Una percentuale in lenta crescita, ma ancora distante dalla media europea, e con uno squilibrio geografico che racconta da solo molte cose: al Sud si vende il 19 per cento dei libri trade, al Nord-Ovest quasi il 36 per cento. Chi legge di più, tende a stare su.
Eppure qualcosa si muove, e vale la pena guardarlo con attenzione prima di archiviare il tema sotto la voce del solito pessimismo culturale. Gli audiolibri crescono. Il mercato del libro usato — analizzato da Subito.it sui dati del primo trimestre 2026 — rivela un Paese che cerca libri con curiosità concreta: manga, saghe fantasy, ma anche Treccani, enciclopedie, manuali di trading. Gente che vuole sapere qualcosa di specifico e cerca la via meno cara per farlo. Non è la rivoluzione che gli editori sognano, ma è un segnale che l’interesse c’è, anche dove i soldi non bastano per comprare libri nuovi. La seconda mano è, tra le altre cose, una forma di democratizzazione della cultura.
I bambini leggono ancora, e lo fanno di più di quanto immaginiamo. Il 96 per cento dei ragazzi tra i 4 e i 14 anni ha letto almeno un libro non scolastico nell’ultimo anno. Il problema emerge dopo: tra gli adulti, il libro fatica a competere con tutto il resto. Non è solo lo smartphone a togliergli spazio — sarebbe troppo comodo avere un capro espiatorio digitale. È la struttura della giornata, che non lascia interstizi. Il tragitto in treno consumato sulle notifiche, la sera troppo corta, il weekend troppo pieno. La lettura richiede un tipo di attenzione che va coltivata e che si atrofizza se non si esercita. E in un ecosistema informativo costruito per catturare l’attenzione nei frammenti, il libro — che chiede continuità, concentrazione, resistenza alla distrazione — diventa un atto quasi controcorrente.
C’è però un aspetto che il dibattito sulla lettura trascura quasi sempre, e che merita di essere detto. Leggere non è solo acquisire contenuti. È una pratica di rallentamento. È un modo di stare da soli con un’idea senza che nessun algoritmo intervenga a distrarci o a suggerirci dove andare dopo. In questo senso, la Giornata del libro non riguarda soltanto la cultura nel senso stretto del termine. Riguarda la qualità del tempo che dedichiamo a noi stessi e alla costruzione di un pensiero autonomo. Per le imprese, che lavorano ogni giorno con persone che devono risolvere problemi, prendere decisioni, comunicare con chiarezza, questa dimensione non è irrilevante. Chi legge — non da statistiche ma dall’osservazione diretta di chi lavora con le persone — tende ad argomentare meglio, a reggere la complessità con più agio, a non cedere alla semplificazione. Non è una formula magica. È semplicemente ciò che succede quando si dedica tempo a pensieri più lunghi dei centoquaranta caratteri.
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