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Ipocrisia standardizzata

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Il referendum svizzero sul tema dell’immigrazione lascia pensare. Spesso xenofobi anche verso gli italiani, e ora dichiaratamente verso i cittadini comunitari, gli svizzeri in questa vergognosa storia, hanno un pregio, quello di svelare l’ipocrisia ormai standardizzata. Il problema sarà, come al solito, dei cattolici impegnati, della Caritas, e più in generale di chi ancora fa uso libero della coscienza.  Ma l’attualità è solo un’occasione per riflettere su un atteggiamento più vasto, infatti si assiste nel nostro tempo ad uno strano fenomeno, quello dell’assunzione di una doppia posizione rispetto alle problematiche che la vita offre. Capita di sintonizzarsi sulla radio in autostrada mentre si viaggia e ascoltare, con voce fredda, la narrazione di incidenti gravissimi e dopo qualche istante la stessa annunciatrice impietosita parlare di abbandono di animali. Sarebbe auspicabile quanto meno la stessa commozione. Se si provasse a chiedere al passante di turno cosa pensa della Caritas o dei poveri immigrati che, per fuggire da una povertà di cui in misura diversa tutti gli occidentali sono corresponsabili attraversano i mari, troveremmo solidarietà e se ne direbbe ogni bene. Lo stesso varrebbe per l’animo di tutti quando si pensa ai barboni alle prese con i primi freddi invernali o ai rifugiati di guerra. Tutti disposti ad elogiare la Caritas e i suoi operatori che si prestano là dove le istituzioni non possono arrivare. Dov’è dunque lo strano fenomeno? Se agli stessi cui ci si è rivolti prima provassimo a dire che nel loro quartiere, vicino dove lavorano, sarà costruito un centro di accoglienza e di integrazione culturale, il risultato sarà, nella migliore delle ipotesi, un composto imbarazzo, molto più probabilmente una reazione quasi scomposta. Perché? È il classico atteggiamento del buonismo quando non si è toccati in prima persona, che si trasforma in fastidio appena coinvolti. Tutto ciò dovrebbe interrogare i cristiani profondamente. Il Signore ha detto, a chiare lettere, che nei poveri, in quelli che oggi incarnano le vecchie e nuove emergenze, è celato il suo volto. Dunque, come direbbe Papa Francesco, la disattenzione a queste persone è peccato. Ma anche per coloro che non credono la sollecitudine verso il simile è un imperativo. È vero non è facile accogliere. La generale inconsapevolezza della propria identità, la cultura debole, l’assenza del rispetto delle regole e del criterio di reciprocità, rendono arduo il cammino. Ma giammai giustificano il rifiuto all’accoglienza. Questo per un motivo elementare, non è infatti risolutorio il razzismo, non è la chiusura la risposta, non è la tecnica dello struzzo il futuro. La convivenza è possibile solo nella convivialità delle differenze, nella vera integrazione. Per i cristiano c’è un motivo in più: l’ossequio al comandamento dell’amore. Al di là di questo, la convivenza si imporrà da sola con le conseguenze immaginabili se non la si trasforma in opportunità e ricchezza.

Alfonso D’Alessio