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		<title>Paolo Longobardi: &#8220;Ancora ombre sulle imprese italiane&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 15:11:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Come certificato da Unioncamere, l&#8217;andamento delle imprese italiane è pieno di ombre. Di questo passo anche i più ottimisti dovranno arrendersi all&#8217;evidenza&#8221;. Lo ha detto il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, commentando i dati di Unioncamere. &#8220;Anche le previsioni per il 2012 non lasciano presagire nulla di buono &#8211; aggiunge Longobardi &#8211; Uniompresa continuerà ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/02/crisi-economica.jpg" rel="lightbox[2204]"><img class="alignleft size-full wp-image-2205" title="crisi-economica" src="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/02/crisi-economica.jpg" alt="crisi-economica" width="430" height="240" /></a>&#8220;Come certificato da Unioncamere, l&#8217;andamento delle imprese italiane è pieno di ombre. Di questo passo anche i più ottimisti dovranno arrendersi all&#8217;evidenza&#8221;.<br />
Lo ha detto il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, commentando i dati di Unioncamere.<br />
&#8220;Anche le previsioni per il 2012 non lasciano presagire nulla di buono &#8211; aggiunge Longobardi &#8211; Uniompresa continuerà ad essere vicina alle aziende e a fare la sua parte&#8221;.</p>
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		<title>Nuova sede Unimpresa a Brusciano</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 14:24:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita associativa]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; Gelsomina Fico la responsabile della nuova sede zonale di Unimpresa di Brusciano, nel npoletano. Gli uffici sono ubicati in via Via Massimo Troisi 11.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; Gelsomina Fico la responsabile della nuova sede zonale di Unimpresa di Brusciano, nel npoletano. Gli uffici sono ubicati in via Via Massimo Troisi 11.</p>
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		<title>Rassegna stampa. Quando fare l&#8217;imprenditore significa essere &#8220;strozzato&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 14:20:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervento di Vito Piepoli su L&#8217;Opinione. Clicca qui per leggere l&#8217;articolo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/02/lopinione.png" rel="lightbox[2195]"><img class="alignleft size-full wp-image-2208" title="lopinione" src="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/02/lopinione.png" alt="lopinione" width="430" height="240" /></a>Intervento di Vito Piepoli su L&#8217;Opinione.<br />
<a href="http://www.opinione.it/articolo.php?arg=16&amp;art=105828" target="_blank"><strong>Clicca qui</strong></a> per leggere l&#8217;articolo.</p>
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		<title>Commenti. Economia e diritti umani</title>
		<link>http://www.unimpresa.it/commenti-economia-e-diritti-umani/2193</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 14:17:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ noto che l’economia è una disciplina molto seria e complessa per essere lasciata ai soli economisti. Alcuni personaggi che parlano di economia cercano di dimostrare con numeri e grafici fenomeni riguardanti la produzione, i consumi, i mercati, la finanza, la distribuzione della ricchezza prodotta ecc., senza tenere conto dei diritti e dei veri bisogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2011/12/bruno-latella.jpg" rel="lightbox[2193]"><img class="alignleft size-full wp-image-399" title="bruno-latella" src="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2011/12/bruno-latella.jpg" alt="Bruno Latella" width="430" height="240" /></a>E’ noto che l’economia è una disciplina molto seria e complessa per essere lasciata ai soli economisti.<br />
Alcuni personaggi che parlano di economia cercano di dimostrare con numeri e grafici fenomeni riguardanti la produzione, i consumi, i mercati, la finanza, la distribuzione della ricchezza prodotta ecc., senza tenere conto dei diritti e dei veri bisogni degli esseri umani.<br />
Per teorizzare i fenomeni economici non si può prescindere dalle persone che determinano questi fenomeni, per cui non sono sufficienti i soli “ragionieri e matematici”, ma è indispensabile l’apporto di studiosi di diverse discipline: umanisti, sociologi, psicologi, teologi, filosofi, scienziati, tecnici, ambientalisti, giuristi, ecc. Questo perché l’economia deve essere in funzione del bene delle persone e non può essere basata su teorie astratte prive di etica e di morale.<br />
Il progresso scientifico e tecnologico degli ultimi decenni ha favorito in molti Paesi uno sviluppo economico basato sul consumismo, sul superfluo e sullo spreco a scapito dei bisogni fondamentali e dei diritti universali degli esseri umani. Ciò ha provocato gravi squilibri e causato le ingiustizie che sono sotto gli occhi di tutti: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.<br />
Per uscire da questa situazione e scongiurare gravi rischi è necessario intervenire per impedire che “gli adoratori del dio denaro”, dalle stanze dei bottoni, manovrino le leve della “finanza pazza” accumulando ricchezze e privilegi a danno della maggioranza della gente onesta.<br />
In diverse parti del mondo aumentano i focolai di rivolta contro le ingiustizie compiute dai prepotenti di turno.<br />
Anche in Italia l’indignazione comincia a preoccupare, mentre qualcuno “soffia sul fuoco” di chi vuole ricorrere ai “forconi”.<br />
La disoccupazione giovanile ha superato il 30% (al Sud anche di più), per cui i giovani migliori e più preparati emigrano verso Paesi dove vengono accolti ed apprezzati. Se in Italia si coinvolgesse in attività produttive un consistente numero di disoccupati si potrebbe uscire prima dall’attuale crisi. Invece molte grandi aziende (anche a partecipazione statale) continuano a trasferire capitali e attività all’estero contribuendo, in tal modo, alla diminuzione del lavoro in casa nostra.<br />
Le piccole e medie imprese che costituiscono la spina dorsale dell’economia del nostro Paese sono impastoiate dalle norme burocratiche e non riescono più a svolgere neanche la tradizionale funzione di “nave scuola” attraverso l’apprendistato, poiché gli adempimenti per far lavorare un apprendista sono tanti, mentre gli incentivi previsti sono incerti e tardano ad arrivare.<br />
Si potrebbe approfittare dell’attuale crisi per aprire le porte delle aziende non solo per la formazione e l’apprendistato ma anche per associare i migliori elementi alla gestione e agli utili delle imprese (che lo desiderano e ne hanno la possibilità), realizzando, così, nel nostro Paese una maggiore coesione e sicurezza sociale.<br />
Siccome la Speranza è l’ultima ad abbandonarci ci auguriamo che l’attuale “Governo Tecnico“ rimetta in moto l’economia e non si limiti ai soli “pannicelli caldi”, come il controllo sul rilascio dello scontrino (anche se è importante) da parte dei commercianti, ma vada a cercare il denaro da chi ne ha “rubato” tanto (e ne continua a rubare) appellandosi alla “libertà di mercato e di iniziativa” anche quando questa libertà offende la dignità dei lavoratori.<br />
L’Italia ha un’ottima Costituzione: bisogna applicare tutti gli articoli e non solo quelli che fanno comodo alle grandi società e a qualche organizzazione sindacale.<br />
Che fine hanno fatto gli art. 3 (l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese), l’art. 4 (La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro), l’art. 46 (il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende) e tanti altri articoli sul diritto al lavoro? E dov’è andato a finire l’art.40?<br />
A volte sembra che l’Italia più che essere una “Repubblica Democratica fondata sul lavoro” sia fondata sullo “sciopero”, se è vero, come è vero, che negli ultimi cinque decenni i lavoratori hanno perso oltre 600.000.000 (seicentomilioni) di ore di lavoro per richiamare l’attenzione dei governanti sui loro Diritti e sulle ingiustizie subite.<br />
A quando la Democrazia anche in economia e nelle aziende, analogamente a quanto avviene nelle imprese di tipo partecipativo e cooperativo in ogni parte del mondo?</p>
<p>Bruno Latella, presidente onorario Unimpresa</p>
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		<title>Banche e credito. Appello al buon senso</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 08:57:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A distanza di pochi anni le imprese si trovano nuovamente a fronteggiare un inasprimento delle condizioni creditizie. L’Intervento del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco all’Assiom Forex rafforza la convinzione che ci troviamo di fronte a una vera e propria stretta creditizia. Le banche hanno chiuso i rubinetti del credito e in una fase recessiva, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2011/12/paolo-longobardi2.jpg" rel="lightbox[2190]"><img class="alignleft size-full wp-image-395" title="paolo-longobardi2" src="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2011/12/paolo-longobardi2.jpg" alt="Paolo Longobardi" width="430" height="240" /></a>A distanza di pochi anni le imprese si trovano nuovamente a fronteggiare un inasprimento delle condizioni creditizie. L’Intervento del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco all’Assiom Forex rafforza la convinzione che ci troviamo di fronte a una vera e propria stretta creditizia. Le banche hanno chiuso i rubinetti del credito e in una fase recessiva, come quella che stiamo vivendo, corriamo il rischio che il nostro sistema produttivo, costituito prevalentemente da piccole e piccolissime imprese, collassi.<br />
Messi con le spalle al muro da questa inattesa emersione di verità, le banche stanno rapidamente abbandonando la prima linea di difesa basata sulla negazione del problema (“il credito è sempre cresciuto”) ripiegando sulla seconda: “le banche vorrebbero fare credito, ma hanno tanti problemi… lo spread, l’EBA…”. Prima o poi l’ABI riuscirà a trovare una linea di comunicazione e di difesa migliore, anche se temo verrà sotterrata dai nuovi esempi che balzeranno alla cronaca.<br />
Sull’emergenza in atto parlano i fatti. Come sottolineato dalla Banca d’Italia, fino allo scorso novembre il credito erogato dalle banche italiane al settore privato non finanziario aveva continuato ad aumentare, pur se a ritmi decrescenti. Negli ultimi tre mesi del 2011 i prestiti erogati dal sistema bancario alle imprese sono diminuiti dell’1,5% e a dicembre la contrazione è stata addirittura del 2,2%. In questo mese l’entità della diminuzione, circa 20 miliardi, risulta molto elevata nel confronto storico, anche se – a detta di Via Nazionale – potrebbe avere in parte risentito della volatilità dei dati di fine anno.<br />
Si è del pari ridimensionata la domanda di finanziamenti da parte delle imprese, per le sfavorevoli condizioni cicliche. Basti pensare che le insolvenze l’anno scorso hanno superato gli 80 miliardi di euro.<br />
I finanziamenti alle famiglie sono solo leggermente calati. In base a dati preliminari, un’ulteriore, lieve, contrazione del credito si sarebbe verificata in gennaio.<br />
Veniamo da una moratoria che ha significato sospensioni di rate di debito per 65 miliardi di euro a beneficio di oltre 225 mila imprese. Il Governo ha annunciato una stucchevole versione 3 della moratoria, che avrà per forza di cose i problemi della versione 2: non può essere concessa per una seconda o terza volta, ma solo a chi non ne ha mai usufruito. Per chi ne ha già usufruito resta la possibilità di concordare allungamenti del piano di ammortamento. E che dire dell’allungamento di 120 giorni gli anticipi su fatture insolute? Una pastiglia che non risolve il problema dei ritardati pagamenti, e che comporta altri oneri finanziari all’8-9% per il povero creditore.<br />
Sono entrambe misure utili, ma totalmente inefficaci nel sostenere un’impresa che è in piena crisi e che ha bisogno molto altro rispetto ad un semplice spostamento di qualche rata! Se davvero cerchiamo di evitare 25.000 fallimenti e 200 miliardi di credito ritirato dalle banche, un accordo tra ABI e Associazioni delle imprese richiederebbe terapie diverse da queste misure.<br />
In questo deprimente scenario i ritmi regolatori continuano ad essere incalzanti, poiché impostati su schemi propri del periodo pre-crisi. Basilea 3, mira a riformarli ma molti sono i dubbi e le perplessità che il percorso che le Autorità sovranazionali stiano  seguendo sia quello più appropriato, in grado cioè di consentire un corretto svolgimento dell’attività bancaria dal lato degli impieghi.<br />
Il centro del piatto sul tema del credito: sono i costi (spread) moltiplicati senza una vera giustificazione ma solo a fini di costruzione di margini nel conto economico 2012 delle banche; sono i crediti negati per un’esagerata avversione al rischio a tutta una fascia d’imprese il cui unico torto è avere un rating (giusto o sbagliato?) non brillante; sono le ristrutturazioni gestite con troppa cautela e lentezza.<br />
Personalmente ritengo che l’intensità della stretta creditizia che ha colpito le imprese dipenda, tra le altre cose, anche dalla struttura gerarchica delle banche che sono presenti nel mercato del credito in cui operano.<br />
Si può negare un credito, ma spiegando le ragioni, si possono chiedere garanzie straordinarie, ma non insistere su situazioni manifestamente scorrette da un punto di vista commerciale (polizze assicurative, pegni, etc.). Si può chiedere il tempo per analizzare una richiesta, ma 3 o 4 mesi sono un insulto verso il richiedente. Si può condannare al fallimento una piccola impresa familiare, ma non ci si può dimenticare di avere comprensione per le vicende umane.<br />
Le banche i cui centri direzionali sono distanti dalla loro clientela rappresentano fonti di finanziamento meno affidabili in tempi di crisi. La distanza funzionale che separa il centro decisionale della banca dagli sportelli periferici rende più difficile e costosa la raccolta e la gestione delle informazioni di natura informale e non codificata sulla clientela locale. Ciò attenua la capacità delle banche distanti di instaurare rapporti di credito esclusivi e duraturi con le PMI e rende meno conveniente l’impegno verso questo segmento di clientela. Di conseguenza, in aree in cui il sistema bancario è funzionalmente distante, le condizioni di accesso al credito da parte delle PMI tendono a essere mediamente più difficili e ci si può attendere che gli effetti di una eventuale stretta da parte delle banche siano relativamente più severi.<br />
Ancora una volta, anche in questa fase sarà essenziale la capacità delle banche di valutare attentamente il merito di credito, senza far mancare il sostegno finanziario ai clienti solvibili e meritevoli. Un adeguato e stabile volume di finanziamenti è, del resto, essenziale per l’attività delle stesse banche. Come ha tenuto a sottolineare, in una recente intervista, il segretario generale di Assopopolari, Giuseppe De Lucia Lumeno, &lt;&lt;l’attività di credito alle PMI implica l’assunzione di rischi difficili da valutare solo seguendo schemi statistico-contabili. La complessità riguardo la valutazione circa l’effettiva condizione economico-patrimoniale, intrinseca in queste imprese per varie ragioni fra cui la stretta relazione fra patrimonio aziendale e familiare, costituisce un limite a tale modo di operare in sede di valutazione del merito di credito&gt;&gt;.<br />
Ciononostante, ritengo che il credito può essere difficile, selettivo, esigente ma non “sgarbato”. Le asimmetrie informative sono in larga misura superabili attraverso la relazione con il cliente basata su contatti frequenti e di lungo periodo, tipici della banca a vocazione localistica o di territorio.<br />
Pur tuttavia, esiste una strisciante corrente di pensiero radicata da tempo nelle banche, in un certo tipo di bancari, che prevede totale libertà e impunità nei confronti dei clienti deboli e peggiori, che fa coppia con il servilismo verso i clienti grandi e potenti.<br />
Non resta che appellarsi al buon senso perché, proprio in questa fase così difficile nei rapporti con le piccole imprese, le banche scelgano una linea trasparente, “educata” e comprensiva dei gravi problemi altrui per dare di esse e del nostro Paese un’immagine migliore.</p>
<p><strong>Paolo Longobardi, presidente Unimpresa</strong></p>
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		<title>Paolo Longobardi (Unimpresa). “Italia. Un paese senza credito”</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 08:51:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“A distanza di pochi anni le imprese si trovano nuovamente a fronteggiare un inasprimento delle condizioni creditizie. L’Intervento del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco all’Assiom Forex rafforza la convinzione che ci troviamo di fronte a una vera e propria stretta creditizia. Le banche hanno chiuso i rubinetti del credito e in una fase recessiva, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><a href="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/02/bancomat.jpg" rel="lightbox[2187]"><img class="alignleft size-full wp-image-2188" title="bancomat" src="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/02/bancomat.jpg" alt="bancomat" width="430" height="242" /></a>“A distanza di pochi anni le imprese si trovano nuovamente a fronteggiare un inasprimento delle condizioni creditizie. L’Intervento del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco all’Assiom Forex rafforza la convinzione che ci troviamo di fronte a una vera e propria stretta creditizia. Le banche hanno chiuso i rubinetti del credito e in una fase recessiva, come quella che stiamo vivendo, corriamo il rischio che il nostro sistema produttivo, costituito prevalentemente da piccole e piccolissime imprese, collassi”.<br />
L’allarme è di Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, l’associazione di categoria delle micro, piccole e medie imprese italiane.<br />
“Messi con le spalle al muro da questa inattesa emersione di verità – continua Longobardi &#8211; le banche stanno rapidamente abbandonando la prima linea di difesa basata sulla negazione del problema “il credito è sempre cresciuto” ripiegando sulla seconda “le banche vorrebbero fare credito, ma hanno tanti problemi, lo spread, l’Eba”. Prima o poi l’Abi riuscirà a trovare una linea di comunicazione e di difesa migliore, anche se temo verrà sotterrata dai nuovi esempi che balzeranno alla cronaca”.<br />
“I finanziamenti alle famiglie sono solo leggermente calati &#8211; sottolinea Longobardi &#8211; in base a dati preliminari, un’ulteriore, lieve, contrazione del credito si sarebbe verificata in gennaio. Veniamo da una moratoria che ha significato sospensioni di rate di debito per 65 miliardi di euro a beneficio di oltre 225 mila imprese. Il Governo ha annunciato una stucchevole versione 3 della moratoria, che avrà per forza di cose i problemi della versione 2: non può essere concessa per una seconda o terza volta, ma solo a chi non ne ha mai usufruito. Per chi ne ha già usufruito resta la possibilità di concordare allungamenti del piano di ammortamento. E che dire dell’allungamento di 120 giorni gli anticipi su fatture insolute? Una pastiglia che non risolve il problema dei ritardati pagamenti, e che comporta altri oneri finanziari all’8-9% per il povero creditore. Sono entrambe misure utili, ma totalmente inefficaci nel sostenere un’impresa che è in piena crisi e che ha bisogno molto altro rispetto ad un semplice spostamento di qualche rata! Se davvero cerchiamo di evitare 25.000 fallimenti e 200 miliardi di credito ritirato dalle banche, un accordo tra Abi e Associazioni delle imprese richiederebbe terapie diverse da queste misure”.<br />
In questo deprimente scenario, scrive il numero uno di Unimpresa, i ritmi regolatori continuano ad essere incalzanti, poiché impostati su schemi propri del periodo pre-crisi. Basilea 3, mira a riformarli ma molti sono i dubbi e le perplessità che il percorso che le Autorità sovranazionali stiano seguendo sia quello più appropriato, in grado cioè di consentire un corretto svolgimento dell’attività bancaria dal lato degli impieghi.<br />
Per Longobardi, il centro del piatto sul tema del credito sono i costi (spread) moltiplicati senza una vera giustificazione ma solo a fini di costruzione di margini nel conto economico 2012 delle banche. Sono i crediti, negati per un’esagerata avversione al rischio a tutta una fascia d’imprese il cui unico torto è avere un rating non brillante. Sono le ristrutturazioni gestite con troppa cautela e lentezza.<br />
“Personalmente ritengo che l’intensità della stretta creditizia che ha colpito le imprese dipenda, tra le altre cose, anche dalla struttura gerarchica delle banche che sono presenti nel mercato del credito in cui operano – dichiara &#8211; Si può negare un credito, ma spiegando le ragioni, si possono chiedere garanzie straordinarie, ma non insistere su situazioni manifestamente scorrette da un punto di vista commerciale (polizze assicurative, pegni, etc.). Si può chiedere il tempo per analizzare una richiesta, ma 3 o 4 mesi sono un insulto verso il richiedente. Si può condannare al fallimento una piccola impresa familiare, ma non ci si può dimenticare di avere comprensione per le vicende umane. Le banche i cui centri direzionali sono distanti dalla loro clientela rappresentano fonti di finanziamento meno affidabili in tempi di crisi. La distanza funzionale che separa il centro decisionale della banca dagli sportelli periferici rende più difficile e costosa la raccolta e la gestione delle informazioni di natura informale e non codificata sulla clientela locale. Ciò attenua la capacità delle banche distanti di instaurare rapporti di credito esclusivi e duraturi con le pmi e rende meno conveniente l’impegno verso questo segmento di clientela. Di conseguenza, in aree in cui il sistema bancario è funzionalmente distante, le condizioni di accesso al credito da parte delle PMI tendono a essere mediamente più difficili e ci si può attendere che gli effetti di una eventuale stretta da parte delle banche siano relativamente più severi”.<br />
“Ritengo – conclude Longobardi &#8211; che il credito può essere difficile, selettivo, esigente ma non “sgarbato”. Le asimmetrie informative sono in larga misura superabili attraverso la relazione con il cliente basata su contatti frequenti e di lungo periodo, tipici della banca a vocazione localistica o di territorio.<br />
Pur tuttavia, esiste una strisciante corrente di pensiero radicata da tempo nelle banche, in un certo tipo di bancari, che prevede totale libertà e impunità nei confronti dei clienti deboli e peggiori, che fa coppia con il servilismo verso i clienti grandi e potenti.<br />
Non resta che appellarsi al buon senso perché, proprio in questa fase così difficile nei rapporti con le piccole imprese, le banche scelgano una linea trasparente, “educata” e comprensiva dei gravi problemi altrui per dare di esse e del nostro Paese un’immagine migliore.</p>
<p><a href="http://www.agopress.it" target="_blank"><strong>a cura del Servizio Ufficio Stampa Ago Press</strong></a></p>
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		<title>Iniziative antiracket e antiusura. Plauso di Unimpresa</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 18:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;I quattro progetti promossi dal ministero dell&#8217;Interno per contrastrare fenomeni come racket ed usura rappresentano uno sprone ad andare avanti per chi, come la nostra associazione, lavora da sempre per l&#8217;affermazione della legalità&#8221;. E&#8217; il commento di Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, alla notizia delle nuove iniziative varate dal Viminale con la Federazione delle Associazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/02/soldi-manette.jpg" rel="lightbox[2180]"><img class="alignleft size-full wp-image-2183" title="soldi-manette" src="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/02/soldi-manette.jpg" alt="" width="430" height="240" /></a>&#8220;I quattro progetti promossi dal ministero dell&#8217;Interno per contrastrare fenomeni come racket ed usura rappresentano uno sprone ad andare avanti per chi, come la nostra associazione, lavora da sempre per l&#8217;affermazione della legalità&#8221;.<br />
E&#8217; il commento di Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, alla notizia delle nuove iniziative varate dal Viminale con la Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura Italiane e il “Comitato Addiopizzo”.<br />
Le convenzioni &#8211; che rientrano nell’ambito dell’Obiettivo “Contrastare il Racket e l’Usura” del Pon Sicurezza, Obiettivo “Convergenza 2007-2013”, per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, finanziato dall’Unione Europea – riguardano in primo luogo la realizzazione di due sportelli di solidarietà alle vittime del racket e dell’usura,con sedi a Napoli e Palermo, in partenariato con Fai. Il costo del progetto è di 1.797.000,00 euro complessivi per 3 anni ed é volto ad offrire ai soggetti che hanno denunciato reati di estorsione e di usura una assistenza completa rivolta alla soluzione dei tanti problemi che seguono alla denuncia. Ciò anche rafforzando il sistema di relazioni tra i soggetti attori coivolti a vario titolo nella lotta al racket e all’usura (Istituzioni, Enti territoriali, Associazioni Antiracket e Antiusura, Banche, Imprenditori, Forze dell’Ordine).<br />
Altra iniziative è la promozione di una rete antiracket per le Regioni dell’Obiettivo Convergenza, con sedi a Napoli, Caserta, in Calabria, Puglia, Sicilia occidentale ed orientale, in partenariato con Fai. Il costo del progetto è di 3.524.000,00 euro complessivi per 3 anni ed è volto a creare una struttura che fornisca una sufficiente conoscenza dei fenomeni del racket e dell’usura, la complessità del fenomeno mafioso, la sua evoluzione, la sua diversità territoriale e rafforzi le associazioni antiracket ed antiusura, promuovendone la diffusione.<br />
Terzo progetto è la costituzione di una rete per il “Consumo Critico antiracket”, con sedi a Palermo e provincia, e a Gela, in partenariato con il “Comitato Addiopizzo”.<br />
Il costo del progetto è di 1.469.977,75,00 euro per 3 anni. Il punto di partenza è costituito da un piccolo circuito economico già esistente, che si oppone pubblicamente al racket delle estorsioni mafiose. Lo scopo è quello di estendere la rete di “consumo critico antiracket”, quale strumento volto ad incentivare le denunce e creare un movimento collettivo di opposizione al fenomeno del “pizzo”.<br />
Infine, la rete di Consumo Critico “Pago chi non paga” in tutte le regioni dell’Obiettivo Convergenza (escluse Palermo e Gela). Il costo del progetto è di 2.782.000,00 euro. Si intende creare una “Rete di Consumo Critico” costituita da operatori economici e consumatori che consenta l’allargamento del fronte di “reazione” alla pressione della criminalità con il coinvolgimento diretto dei consumatori nella lotta al racket; la differenziazione fra chi paga il pizzo e chi no, creando condizioni vantaggiose di mercato per coloro che rifiutano di pagarlo; la realizzazione di una rete di imprese etiche finalizzata a contendere il mercato alle imprese mafiose.</p>
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		<title>&#8220;Orme nella neve&#8221;. Appunti di economia di base sociale</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:53:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo la recensione dello storico meridionalista Pasquale Natella del libro di Paolo Longobardi, presidente Unimpresa, dal titolo &#8220;Orme nella neve&#8221; Questo libro di Paolo Longobardi ha una connotazione di fondo abbastanza singolare: è una ricerca su opzioni, proposte o revisioni di processi economici ma espone le linee di un economista di base sociale e non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/01/orme_nella_neve.jpg" rel="lightbox[2177]"><img class="alignleft size-full wp-image-1525" title="orme_nella_neve" src="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/01/orme_nella_neve.jpg" alt="" width="160" height="227" /></a>Pubblichiamo la recensione dello storico meridionalista Pasquale Natella del libro di Paolo Longobardi, presidente Unimpresa, dal titolo &#8220;Orme nella neve&#8221;</em></p>
<p>Questo libro di Paolo Longobardi ha una connotazione di fondo abbastanza singolare: è una ricerca su opzioni, proposte o revisioni di processi economici ma espone le linee di un economista di base sociale e non accademica.<br />
Egli raccoglie i suoi interventi ultimi del 2011 tutti precedenti l&#8217;ottobre-novembre appena appena pre Monti, quasi a delineare un quadro di conoscenze su possibili soluzioni di crisi monetarie e imprenditoriali che molti hanno presagito ma che, non rese pubbliche, sono come un sottofondo in cui chiunque può riconoscersi.<br />
Diviso in tre parti presenta le politiche per la crescita (ad esempio la Banca del Mezzogiorno, l&#8217;abolizione dell&#8217;Irap, agenzie di rating), le nuove relazioni industriali (il caso Marchionne e la Fiat, le prospettive per le piccole imprese, le chiusure di fabbriche come la Fincantieri di Castellammare di Stabia, Sestri Levante e Riva Trigoso), partecipazioni a convegni su argomenti scottanti (i costi dell&#8217;illegalità, la lotta alla criminalità, la finanziabilità delle piccole e medie industrie artigianali).<br />
Quest&#8217;ultimo aspetto vede Longobardi in piena responsabilità autorale e specialistica in quanto che egli proviene da anni di apprendistato e lavoro imprenditoriale-sindacale nel campo dell&#8217;artigianato, e da qui l&#8217;aspetto singolare di cui sopra in quanto che gli scritti cercano di trovare un ponte d&#8217;intesa e di verifica fra grande e piccolo lavoro operaio e tecnico.<br />
Non meravigliano, quindi, anticipazioni che economisti di professione hanno prospettato, ad esempio a pagina 21 circa le liberalizzazioni, la riforma del fisco, lotta all&#8217;evasione, riforma dei meccanismi di regolamentazione dei rapporti di lavoro, e ancor meglio le priorità per la crescita (pp. 44-47).<br />
L&#8217;esperienza pregressa lo ha condotto poi a indicare vie di uscita, come intuizioni sulla liquidità dei pagamenti (p. 64) e, ancor meglio, sugli investimenti stranieri quando ricorda che le &#8220;&#8230; minoranze sindacali (hanno) un potere di veto sulle scelte compiute&#8221; (p. 89), constatazioni del febbraio 2011 che hanno, si sa, forte impatto sui casi odierni di ricambio sostanziale nel lavoro operaio.<br />
E&#8217; un aspetto, fra l&#8217;altro, di cogente attualità per un economista come Longobardi, che quasi sulla pelle, a Napoli, Torre Annunziata, Castellammare di Stabia (ma il discorso vale anche per altre zone industriali, come la ex Ideal Standard di Salerno, o ciò che fu l&#8217;impresa Fiat in Irpinia e Basilicata, o la Marzotto a Praia a Mare) riscontra quotidianamente le avvenute e continue ristrettezze produttive per un mercato già nazionale o internazionale, condotto dalla Fincantieri &#8211; per indicare una contingenza non immune da tentativi di rivolte &#8211; posto di fronte a concorrenze che fondano su nessun tipo di regole la loro capacità di lotta e di sbaragliamento di economie complesse e un po&#8217; logore come quella italiana.<br />
E ciò è tanto più rilevante e umanamente comprensibile quando si pensi, specifica inoltre Longobardi, che i licenziamenti Fincantieri, o di altre imprese nel Meridione, altro non ripropongono che aspetti della questione meridionale non risolti, perché se l&#8217;operaio di Sestri o di Riva potrebbe cercare spazio in altri luoghi dell&#8217;immenso Nord artigianale, al Sud, Torre Annunziata, Salerno, Avellino, Melfi, Praia, Cosenza industrie avanzate e diffuse non hanno certo la possibilità di impieghi ulteriori di manodopera.<br />
Sta anche in tale forte dicotomia l&#8217;interesse del libro, fra soste o negatività ma sulla via di speranze di processi economici unificati e di livello non più settoriale ma totalmente nazionale.</p>
<p><strong>Pasquale Natella</strong></p>
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		<title>Si aggrava la disoccupazione giovanile</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 09:39:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A fornire dati freschi sulla situazione di esclusione dei giovani dal mercato del lavoro è l’Istat, con il presidente Enrico Giovannini che, davanti alla commissione Bilancio della Camera, ha sottolineato come le nuove generazioni siano sempre più in sofferenza a entrare nel mondo del lavoro. Anche perché, a fronte di un netto calo per i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/01/disoccupazione.jpg" rel="lightbox[2173]"><img class="alignleft size-full wp-image-1736" title="disoccupazione" src="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/01/disoccupazione.jpg" alt="disoccupazione" width="430" height="240" /></a>A fornire dati freschi sulla situazione di esclusione dei giovani dal mercato del lavoro è l’Istat, con il presidente Enrico Giovannini che, davanti alla commissione Bilancio della Camera, ha sottolineato come le nuove generazioni siano sempre più in sofferenza a entrare nel mondo del lavoro. Anche perché, a fronte di un netto calo per i giovani (-2,5%), l’occupazione complessiva, sempre tra gennaio e settembre, qualche progresso lo ha fatto.<br />
Secondo le stime pubblicate dall’Istat solo nei primi nove mesi del 2011 si contano già 80 mila occupati in meno tra i giovani. Per il governo, la “lotta alla disoccupazione giovanile è una priorità”, e nel mettere a punto la riforma, l’enfasi è stata posta soprattutto sull’istituto dell’apprendistato, ritenuto strumento principe per favorire l’ingresso dei giovani.<br />
Questo è un punto fondamentale per il futuro occupazionale dei nostri giovani, ma è chiaro che l’apprendistato non può più essere limitato al solo inserimento, senza una parallela formazione sul campo. Pensiamo solo ai costi di questo apprendistato: in Germania è al 25% del minimo salariale, in Italia all’80%. Senza una parallela formazione si rischia di vanificare una reale opportunità di crescita per il lavoratore. Riformare perciò l’apprendistato e i tirocini significa rendere effettivo e qualitativo l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Il quale necessita oggi di poche regole chiare e applicabili da tutti, ma con la possibilità di contrattazioni aziendali a integrazione della cornice nazionale.<br />
Le stime ci dicono che nel 2011 si sono persi oltre 100 mila occupati tra i giovani, mentre contemporaneamente l’80% delle assunzioni è avvenuta ricorrendo a contratti di lavoro precari. Per i giovani, quindi, la crisi non si è mai interrotta. Dobbiamo ricordare, per giunta, che la diminuzione accumulata nella media dei primi tre trimestri dello scorso anno, infatti, si somma all’emorragia di 482 mila unità registrata tra il 2009 e il 2010.<br />
Insomma la caduta del biennio 2009-2010 non è bastata e i posti per gli under 30 continuano ancora a diminuire.<br />
E il bilancio si aggraverebbe, sfondando quota mezzo milione, se si prendessero in considerazione anche i giovanissimi: nei primi due anni di crisi gli occupati in meno tra i 15 e i 29 anni sono stati 501 mila, stando a dati presentati dall’Istat in occasione dell’ultimo rapporto annuale.<br />
La disoccupazione tra gli under 25 che in Italia è così salita al 31%, collocando il Paese alle spalle della sola Spagna. Tra gli under 30 si è registrata una diminuzione dei senza lavoro, anche se il loro tasso di disoccupazione rimane almeno 11 punti percentuali al di sopra di quello complessivo.<br />
Restano preoccupanti anche i dati sulla condizione femminile. L’Istat evidenzia che in Italia “meno di una donna su due lavora, e la quota si abbassa al 30% se si guarda al Sud”. Non stupisce allora, come ha riportato Giovannini, osservare che “nel 2010 circa un quarto (24,5%) della popolazione in Italia era a rischio povertà ed esclusione sociale, valore più elevato della media europea (21,5% se calcolata sui soli 17 Paesi dell&#8217;area euro e 23,4% tra i 27 Paesi).<br />
L’incremento della disoccupazione è senza ombra di dubbio congiunturale. I dati sulla disoccupazione, in genere, seguono il ciclo economico. Spesso, con un ritardo approssimativo di sei mesi/un anno. Il problema è che gli ammortizzatori sociali posti in essere durante la fase recessiva – come la Cassa integrazione guadagni – tutelano quelli che già sono dentro. Un cane che si mangia la coda. Chi ha un posto lo mantiene; chi, invece, non è ancora riuscito a entrare o era legato all’azienda da un rapporto di lavoro a tempo determinato &#8211; tipicamente i giovani &#8211; è sempre più, così, ostacolato a (ri)entrare nel mondo del lavoro.<br />
I giovani sono le vittime di questo sistema iniquo. Il mercato del lavoro è troppo rigido, e la conseguenza è la flessibilità come porta aperta alla precarietà. Cioè non si investe sui giovani, sui loro talenti. Le aziende devono essere stimolate ad assumere i giovani con contratti a tempo indeterminato, ma questo non può significare inamovibilità, come è oggi. Dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, potremmo riassumere, vincolato in sintesi alle competenze spendibili e misurabili. Proprio per questa inamovibilità le aziende oggi preferiscono, molte volte esagerando, contratti a tempo determinato, precarizzando così la sicurezza del lavoro.<br />
Il dibattito sulla flessibilità del mercato del lavoro e sui licenziamenti facili, che rischia di provocare una situazione di muro contro muro tra governo e sindacati, è sterile. In termini di flessibilità, l’Italia ha già tutti gli strumenti normativi che servono. Ciò che occorre è che le imprese abbiano la volontà di assumere. Il che non può prescindere dallo scenario economico.<br />
Se questa è la situazione, noi possiamo seguire due strade: limitarci alla denuncia massimalista, oppure ripensare davvero il quadro anzitutto normativo del mondo del lavoro, per offrire ai nostri giovani sbocchi reali.<br />
Da parte del governo, il ministro del welfare ha riferito ai suoi colleghi dell’Ue che la riforma del mercato del lavoro che il Governo conta “di ultimare entro marzo”, sarà finalizzata a garantire una più alta partecipazione soprattutto dei giovani, delle donne e dei lavoratori anziani. Stando a quanto poi aggiunto dal ministro, la riforma del mercato del lavoro prevederà “sgravi fiscali e nuovi servizi anche sostenuti dal fondo sociale Ue”, misure indispensabili – ritengo – per favorire in special modo l’occupazione femminile e affrontare il problema del dualismo Nord-Sud.<br />
Mi auguro che verranno adottate riforme coraggiose, e che il governo metta in campo un impegno straordinario per migliorare l&#8217;utilizzo degli strumenti esistenti.<br />
Concludo con un appello. Noi oggi abbiamo responsabilità inedite nei confronti dei giovani e delle future generazioni. Inedite perché, oltre alla complessità propria dell’adolescenza, noi oggi sappiamo che, volenti o nolenti, abbiamo già scaricato su di loro le nostre contraddizioni. In poche parole: mentre i nostri padri, sacrificando fino al limite le loro vite, hanno investito sui propri figli, contribuendo così a far uscire dalla povertà i nostri territori e creando le basi del nostro benessere, noi abbiamo preferito spostare sul domani la soluzione dei nostri problemi. Proprio per questi motivi, noi tutti dobbiamo delle risposte ai giovani, e le migliori risposte, si sa, restano quello che dicono la verità ma con soluzioni concrete e praticabili. Dispiace, perciò, assistere spesso &#8211; sui temi del lavoro, dell’occupazione, etc. -, da parte di esponenti politici e di tecnici ad analisi e discorsi di mero principio, senza quella concretezza oggi da tutti richiesta, comprese proposte puntuali e con copertura finanziaria, che è l’unica ancella, oggi più di ieri, della domanda di speranza in un futuro possibile.</p>
<p><strong>Paolo Longobardi, presidente Unimpresa</strong></p>
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		<title>Biologico. Accordo “storico” firmato ieri a Norimberga tra Usa eUe</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 11:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo le brutte notizie concernenti gli accordi stipulati con il Marocco finalmente ne arrivano di positive. L’accordo firmato ieri a Norimberga in occasione del Biofach, Salone internazionale del Biologico, da Dacian Cioloş, Commissario europeo per l&#8217;Agricoltura e lo sviluppo rurale, e Kathleen Merrigan, sottosegretario del ministero Usa dell&#8217;Agricoltura e Isi Siddiqui, ambasciatore e rappresentante degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/01/emilio-ferrara1.jpg" rel="lightbox[2165]"><img class="alignleft size-full wp-image-1905" title="emilio-ferrara" src="http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2012/01/emilio-ferrara1.jpg" alt="emilio-ferrara" width="430" height="238" /></a>Dopo le brutte notizie concernenti gli accordi stipulati con il Marocco finalmente ne arrivano di positive. L’accordo firmato ieri a Norimberga in occasione del Biofach, Salone internazionale del Biologico, da Dacian Cioloş, Commissario europeo per l&#8217;Agricoltura e lo sviluppo rurale, e Kathleen Merrigan, sottosegretario del ministero Usa dell&#8217;Agricoltura e Isi Siddiqui, ambasciatore e rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio e Negoziatore principale per l&#8217;Agricoltura può veramente essere definito “storico”, giacché si tratta della prima intesa siglata in questi termini e, soprattutto, riguarda i Continenti dove il consumo del biologico è più diffuso e la produzione maggiore coprendo quasi il 90% del mercato globale, per un valore che supera i 40 miliardi di euro.<br />
A tutt’oggi le imprese che intendevano commercializzare la rispettiva produzione sulle due sponde dell&#8217;Atlantico dovevano ottenere certificazioni distinte attestanti il rispetto delle due normative e ciò comportava un duplice onere a livello di spese e di pratiche. Dal primo giugno, invece, fatte alcune eccezioni, i prodotti biologici potranno essere esportati negli Stati Uniti esattamente come sono venduti sul mercato europeo, senza bisogno quindi di doppie certificazioni e con tanto di logo Ue.<br />
Siamo certi che il partenariato tra i due maggiori produttori biologici del mondo costituirà una solida base per la promozione dell&#8217;agricoltura biologica e favorirà questo settore industriale in espansione nonché l&#8217;occupazione e le imprese su scala mondiale.<br />
Inoltre, siamo soddisfatti perché siamo certi che questa “equivalenza” faciliterà in generale l&#8217;accesso ai due mercati, degli Stati Uniti e dell&#8217;Unione europea, per gli agricoltori e i produttori di alimenti biologici, ma particolarmente avvantaggerà particolarmente i nostri produttori alla luce del grande appeal che il made in Italy ha negli Usa. Molte nostre aziende sono a Norimberga in questi giorni come espositori ed hanno potuto manifestare praticamente “in diretta” la nostra soddisfazione al commissario Ciolos.</p>
<p><strong>Emilio Ferrara, segretario generale Unimpresa Agricoltura</strong></p>
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