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Il rapporto banche-imprese tra crisi finanziaria e recessione dell’economia

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BANCAIMPRESA

BANCAIMPRESAAutori: Paolo Longobardi e Luigi Scipione
Titolo: Il rapporto banche-imprese tra crisi finanziaria e recessione dell’economia
Formato: 17×24
Anno: 2012
Editore: Giannini

In un mondo (finalmente) post Basilea e post crisi finanziaria il sistema delle relazioni fra banche e imprese appare modificato. Il credito è più simile alla finanza di mercato e ciò conduce a una maggiore trasparenza e coerenza con il profilo di rischio della controparte; la capacità valutativa bancaria delle controparti-imprese tende a crescere, facendo emergere situazioni di debolezza strutturale delle PMI, in precedenza attenuate dall’assenza di metodi di valutazione non sistematici e rigorosi. Scopo del presente Volume è quello di offrire una visione integrata delle innovazioni di recente intervenute nel contesto peculiare delle politiche e degli strumenti di dialogo banca-impresa. Si ricostruiscono, in questa suggestiva prospettiva, i nessi tra il nuovo scenario economico-finanziario e si esaltano le competenze che divengono necessarie per gestire il dialogo. I trend evolutivi di fondo (deregolamentazione, globalizzazione e integrazione, ri-regolamentazione) e lo sviluppo del credit risk management fanno emergere aspetti strategici e regolamentari da gestire, modifiche da apportare ai rating interni, fabbisogni di metodologie e di competenze. L’opera si inserisce in un più ampio progetto teso a costruire un luogo virtuale ove poter discutere delle problematiche affrontate in questa sede, spazio che – si auspica – diventi fonte di idee concrete per realizzare equilibri più avanzati di incontro tra domanda e offerta di prodotti e servizi finanziari. Il Volume si pone, altresì, come strumento utile per attivare riflessioni e promuovere iniziative, in un ambito settoriale dove diventa fondamentale il parere di esperti, studiosi, imprenditori e di chiunque voglia dare un serio contributo per avviare un circolo virtuoso, capace di coinvolgere tutte le categorie di operatori economici in un processo di crescita culturale, gestionale, dimensionale. I primi due Capitoli, a cura di Paolo Longobardi, pongono in risalto come la crisi abbia rapidamente delineato uno scenario di credito selettivo per il presente e per i prossimi anni, evidenziando le numerose carenze originatesi nel processo di erogazione del credito da parte di banche, sia di grande che di piccola dimensione, e le conseguenti difficoltà legate ad una efficiente allocazione dei prestiti alle imprese ed ai progetti più meritevoli di credito. Emerge in linea generale che gli operatori, sia pubblici che privati, abbiano negli ultimi anni avviato iniziative valide e innovative, ma che esse sono ancora in fase embrionale oppure hanno prodotto impatti limitati sul sistema economico e creditizio per la loro modesta dimensione o ancora limitata replicabilità. L’accesso ai finanziamenti deve essere assicurato da un contesto che stimoli la selezione delle iniziative più meritevoli, la concorrenza tra gli operatori anche attraverso la mobilità della clientela, la trasparenza delle condizioni contrattuali, la correttezza dei comportamenti. È necessario rifuggire da soluzioni che possano ingenerare fraintendimenti circa l’esistenza di un generalizzato diritto al credito o da misure dirigistiche che introducano prezzi amministrati. Molto si deve ancora fare da parte di banche e investitori nella definizione di prodotti finanziari per supportare la crescita delle imprese, ma anche per capire e stimolare la domanda da parte delle piccole e medie imprese. Come illustrato nel Secondo Capitolo, l’attività delle banche nell’allocazione delle risorse dovrà trovare complemento in un più ampio sviluppo dei mercati dei capitali. Per le imprese, i bassi livelli di patrimonializzazione e la stretta dipendenza dal credito bancario quale fonte pressoché unica di finanza esterna rappresentano un elemento di fragilità nel breve termine, un freno alle potenzialità di sviluppo. Per non poche aziende le difficoltà di accesso al credito sperimentate dall’inizio della crisi dipendono anche da strutture finanziarie non equilibrate, con livelli di debito eccessivi. All’interno di questa cornice è stato possibile, anzi doveroso, interrogarsi sull’adeguatezza del quadro giuridico e sull’opportunità di introdurre nuovi strumenti che tengano conto dell’evoluzione sia delle politiche di offerta delle banche sia delle esigenze finanziarie di famiglie e imprese. A tal riguardo, a partire dal successivo terzo Capitolo, Luigi Scipione analizza con spirito critico e in chiave sistematica i principali interventi pubblici operati, a fronte dell’implodere della crisi, a livello europeo e nazionale nel settore del credito. L’obiettivo, tanto ambizioso quanto impegnativo, è quello di misurare l’organicità dei rimedi intrapresi da Governi e Autorità di vigilanza e la stabilità nel tempo che le nuove regole saranno in grado di assicurare all’economia. In questi anni, la solidità delle banche italiane è stata assicurata da un insieme di fattori: una bassa esposizione ai prodotti della finanza strutturata; regole e controlli di vigilanza volti a evitare l’assunzione di rischi eccessivi; una leva finanziaria contenuta nel confronto con altre banche europee; un peso elevato di strumenti di capitale effettivamente in grado di assorbire le perdite. Vi hanno contribuito l’assenza nel nostro Paese di una bolla immobiliare e il limitato livello del debito delle famiglie. Misure draconiane volte a comprimere l’autonomia imprenditoriale delle banche e la concorrenza nei mercati, hanno di regola comportato, anche nella storia italiana recente, elevati costi dell’intermediazione e diffuse distorsioni nell’allocazione delle risorse. La crisi finanziaria ha così riproposto con forza il tema del ruolo attivo dello Stato nell’economia. Il ritorno dello Stato proprietario (imprenditore e regolatore) è stato tutto sommato assai limitato soprattutto se comparato con quanto è successo negli altri Paesi dove si è intervenuti in modo pesante per salvare le banche a corto di liquidità. Il ventaglio di soluzioni intraprese pare, nel complesso, indirizzato verso la correzione contingente delle conseguenze derivanti dalla crisi, anziché operare una riforma alla radice. Questo approccio ha determinato una sostanziale inadeguatezza delle azioni intraprese, non del tutto capaci di sortire quei risultati che si sarebbero, invece, ottenuti operando uno sforzo finalizzato ad irrobustire la struttura del sistema. Gli interventi pubblici nell’economia e i salvataggi rischiano di cambiare, in ogni caso, la concezione del rapporto tra Stato e imprenditore. Secondo l’Autore, essi non appaiono del tutto coerenti con il suo assetto istituzionale, come si è formato a partire dalla Costituzione repubblicana e come ha trovato espressione soprattutto nella legislazione degli ultimi trenta anni. Gli indirizzi europei appaiono, invece, più mediati e condivisibili in quanto non sostengono l’idea dello “Stato minimo” e sembrano voler affermare che gli Stati devono tornare nell’economia, senza per questo voler cancellare le regole che tutelano la concorrenza. Nasce da tali presupposti l’esigenza di caratterizzare come temporanei gli interventi, anzitutto i salvataggi che hanno comportato il passaggio in mano pubblica del capitale specialmente di intermediari e banche. Il quadro di insieme, dettagliatamente presentato in queste pagine del Volume, costituisce il contesto in cui occorre collocare, con maggiore precisione, il problema della ri-regolamentazione dell’industria finanziaria. Nell’ultimo Capitolo, a cura di Luigi Scipione, vengono evidenziate le prospettive che sembrano dischiudersi soprattutto grazie alle previsioni contenute nella recente riforma della disciplina dei Confidi racchiusa nell’alveo del Titolo V del Testo unico bancario. Anche quando si volesse prescindere dai parametri di Basilea, lo sviluppo delle attività dei Confidi è fortemente influenzato dalla loro capacità di rafforzarsi e di superare i problemi di credibilità e funzionalità che oggi portano un elevato numero di operatori del settore a svolgere un’attività contenuta e ripiegata sulle sole garanzie. La diversificazione e la selettività degli aderenti, l’escussione a prima richiesta delle garanzie, le percentuali di copertura delle garanzie, la patrimonializzazione e il rating dei Confidi sono certamente i punti nevralgici che emergono, nel corso della trattazione, con maggiore intensità e che meritano l’immediata attenzione da parte delle singole componenti del sistema.